La mia prima maestra di ikebana mi ha cambiato la vita con tre rami di rumex e due peonie.
Lo dico da anni, ogni volta che qualcuno mi chiede come sia iniziato il mio percorso nella via dei fiori. È la frase che uso, non perché suoni bene, ma perché è letteralmente quello che è successo. Venivo da un periodo di stress lavorativo molto intenso. Il cervello non si fermava mai, nemmeno la notte. Una delle mie migliori amiche mi trascinò a un corso di ikebana quasi per caso, non avevo aspettative precise e avrei scoperto più tardi l’ikebana come pratica. E in quella prima lezione, per due ore, il pensiero smise di frullare.
La parola che mi mancava
Per molto tempo ho descritto quella prima lezione con le parole che si usano per queste esperienze: mi rilassava, mi calmava, mi dava pace.
Erano le uniche che avevo e le ho usate anche se sentivo che in fondo non erano esatte.
Quello che mi era successo non era distensione: era una concentrazione assoluta su qualcosa fuori dal mio Io, una sensazione che mi aveva tolto dalla quotidianità senza che me ne accorgessi.
Anni dopo, studiando, ho trovato questa parola: zanmai (三昧).
È citata dallo studioso Inoue Osamu in un lavoro sul kadō, la via dei fiori. È un termine che la lingua giapponese ha ereditato dal sanscrito samàdhi attraverso il buddhismo e che Inoue definisce come lo stato in cui esistono solo il sé e i fiori.
L’aver trovato questa parola anni dopo, non ha cambiato l’esperienza: le ha dato un nome. E quando si possiedono le parole, si possiede consapevolezza.
In quel momento ho capito che qualcuno ci era già passato e che la mia esperienza, senza saperlo, aveva un nome antico.
Il fascino e la fatica
Quando chiedo ai nuovi allievi cosa li ha portati a iscriversi, le risposte sono quasi sempre le stesse: sono affascinato dalla cultura giapponese, mi piace l’essenzialità, mi piacciono i fiori, mi hanno regalato il corso.
Sono motivi onesti e non c’è nulla di sbagliato. Sono io stesso il primo ad essere arrivato all’ikebana per ragioni simili. Tuttavia, dopo qualche lezione, accade sempre la stessa cosa: l’aspettativa estetica si scontra con la realtà della pratica. Un ramo non sta in piedi, le proporzioni sono sbagliate, “ma a me quel fiore piaceva di più in quella posizione”.
La forma che sembrava semplice nella composizione dell’insegnante si rivela come il risultato di una pratica precisa che richiede anni per essere assimilata. E a questo punto succedono due cose: alcuni si appassionano proprio a questo passaggio, altri si fermano perché si erano avvicinati a quella che credevano un’esperienza visiva e loro malgrado si ritrovano davanti a una disciplina.
Il fascino per il Giappone, per la sua essenzialità, per la sua pulizia formale, è un richiamo legittimo. Quello che non torna è confondere l’estetica di una tradizione con la pratica che la genera.
Chi continua il suo percorso di studi non lo fa perché l’ikebana rilassa, lo fa perché si accorge che l’ikebana come pratica lo mette al lavoro. Le mani, il corpo, imparano di volta in volta il gesto, gli occhi imparano una proporzione, la mente impara a rallentare in un modo che non si può improvvisare.
Tutto questo costa fatica, la fatica buona, quella che lascia stanchi e appagati.

Una via senza un punto di arrivo
C’è una parola che nella cultura giapponese descrive il tipo di pratica di cui sto parlando: shugyō (修行).
Non è un termine tecnico proprio dell’ikebana e viene da più lontano. Attraversa le arti marziali, la calligrafia, il teatro nō, la cerimonia del tè. Indica un cammino di formazione che non si esaurisce nel risultato, ma risiede nel percorso stesso, nella pratica ripetitiva e volontaria: qualcosa che si impara a fare sempre meglio, senza mai considerarsi arrivati.
Non si tratta di un metodo per ottenere qualcosa: è uno stato dell’essere mentre si fa. Chi pratica deve essere un cercatore, non qualcuno che ha già le risposte.
C’è un’altra parola più quotidiana, più concreta e spesso usata nel mondo dell’ikebana che accompagna il concetto di shugyō: keiko (稽古) che in italiano si potrebbe tradurre pratica. Il suo significato originario è meditare sull’antico, riflettere su ciò che è stato tramandato. Ogni lezione non è dunque mero esercizio tecnico ma un atto di continuità insito in ogni espressione ikebanistica.
Questi concetti non sono ornamentali, né aggiunte teoriche a posteriori a una pratica che esisterebbe anche senza di essi. Sono la struttura con cui l’ikebana è stato trasmesso per secoli. Mentre si realizza una composizione cambia la qualità della percezione del tempo e questo non è un effetto collaterale dell’ikebana, è il senso stesso di quest’arte.

In occidente si usa il concetto di metacognizione
Chi studia ikebana da tempo conosce bene un certo momento del percorso: quello in cui si crede di aver capito, in cui ci si sente sicuri e autonomi: è il momento più fragile, non il più solido. David Dunning e Justin Kruger hanno dimostrato nel 1999 che chi si trova ancora all’inizio del percorso tende sistematicamente a sovrastimare le proprie capacità, mentre chi ha percorso più strada impara a misurare con maggiore precisione la distanza tra sé e quello che ancora non conosce. È un meccanismo cognitivo, non un difetto di carattere.
Lo psicologo John Flavell ha introdotto un concetto complementare: la metacognizione, ovvero la capacità di osservare il proprio processo di apprendimento mentre avviene, di sapere cosa ancora non si conosce. Shugyō descrive qualcosa di analogo da secoli, con un’altra lingua e un’altra forma.
Il cammino non finisce perché non è fatto per avere un termine e accorgersene è già parte della pratica.
Ciò che resta, dopo anni di pratica, non è una tecnica e nemmeno il fatto di raggiungere uno stato di benessere, almeno non nel senso in cui si usa oggi questa parola. È qualcosa di ancora più profondo: una diversa qualità dell’attenzione, un modo nuovo di stare davanti alle cose che cresce lentamente e senza proclami, anche oltre la composizione.
L’ikebana non promette nulla. Chiede solo di tornare, ogni volta, davanti ai fiori. Il resto viene da sé, e non sempre quando ce lo aspettiamo.
Riferimenti:
Inoue, Osamu (井上治), 花道思想における修行に関する試論 (An Essay on Shugyo in Ikebana Philosophy). A Noon of Liberal Arts, No. 3, 2012. (Received 1 February 2012.)
Kruger, J., & Dunning, D. (1999). Unskilled and unaware of it: How difficulties in recognizing one’s own incompetence lead to inflated self-assessments. Journal of Personality and Social Psychology, 77(6), 999–1013.
Flavell, J. H. (1979). Metacognition and cognitive monitoring: A new area of cognitive-developmental inquiry. American Psychologist, 34(10), 906–911.
Schraw, G., & Dennison, R. S. (1994). Assessing metacognitive awareness. Contemporary Educational Psychology, 19(4), 460–475.
Immagini:
Kitagawa Utamaro (1753–1806), Woman Making a Flower Arrangement, rotolo appeso, inchiostro, colore e gofun su carta. Minneapolis Institute of Art, inv. 74.1.158, lascito testamentario di Richard P. Gale. Riproduzione in pubblico dominio. Disponibile su: https://collections.artsmia.org/art/8623
Kamisaka Sekka (神坂雪佳), Momoyogusa – Fiori di cento generazioni (ca. 1909–1910). New York Public Library. Riproduzione digitale: rawpixel.com, pubblico dominio. Disponibile su: https://www.rawpixel.com/image/2049879/japanese-woodcut-print-kamisaka-sekka
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