Less is more
Se sei finito su questa pagina, probabilmente sei interessato a cosa succede quando, per la prima volta, entri in una classe di ikebana.
Molto spesso si arriva per curiosità, oppure perché si è attratti dalla cultura giapponese, o semplicemente per passaparola. In quel momento forse non si hanno aspettative precise e non si è consapevoli di come questa esperienza potrà cambiarci la vita. A volte capita che si rimanga completamente indifferenti, accorgendosi che questa pratica non è nelle proprie corde. L’aspetto particolare è che l’ikebana comincerà a lavorare dentro di noi, anche quando pensiamo di essere lì solo per curiosità.
Qui non voglio raccontarti la storia o la filosofia di quest’arte, che meritano altri spazi. Voglio semplicemente accompagnarti tra gli strumenti che alla prima lezione troverai sul tavolo e che in futuro diventeranno familiari alle tue mani.
Per prima cosa, al tuo arrivo troverai fiori e altro materiale vegetale. Non molti fiori: per l’ikebana non serve abbondanza, ma dare un respiro vitale a ciò che componi, creando intorno a ogni vegetale lo spazio giusto perché possa risaltare una volta completata la composizione.
Mi piace, non mi piace
Scoprirai presto anche un primo condizionamento culturale di cui liberarti: quello del “questo mi piace, questo non mi piace”. È una delle prime cose che si dicono in una lezione di ikebana: imparare a guardare ogni essenza vegetale senza il filtro del gusto personale, senza scartarla solo perché non ci colpisce a prima vista. Vale anche per le composizioni degli altri allievi, che imparerai a osservare senza giudizio.
Di solito diamo più valore a ciò che entra nella composizione rispetto a ciò che scartiamo. Ma anche se abbiamo scartato quel determinato materiale non vuol dire che non sia importante: non è raro, del resto, che proprio uno di quei rami torni utile all’insegnante durante la correzione finale. Quel ramo scartato ha una sua dignità che non dipende dall’uso che ne facciamo, ed è un gesto piccolo che, col tempo, cambia il modo in cui guardi le cose, non solo i fiori.

Kenzan, hasami, i contenitori
Il kenzan invece ti colpirà subito: un piccolo oggetto che non assomiglia a niente di floreale, una base pesante da cui spuntano decine di chiodi di metallo, dritti come un letto da fachiro. Serve a tenere fermo ogni ramo esattamente dove lo vuoi, in un vaso basso, senza che scivoli o cada al primo movimento. Lo capirai con le mani più che con le spiegazioni: pianterai lo stelo nei chiodi e ti accorgerai che serve più forza di quanta pensavi, meno esitazione di quanta ne avevi.
Le cesoie diventeranno indispensabili quanto il kenzan, ma non subito. Le normali forbici per i fiori, quelle che forse hai già in casa, all’inizio vanno più che bene. Poi, andando avanti, cominceranno a mostrare i loro limiti e capirai perché servono cesoie da potatura ben affilate, o meglio ancora le forbici giapponesi, chiamate hasami: tagliano netto, senza sfibrare gli steli.
I vasi meritano un discorso a parte. In ikebana non sono un semplice contenitore: ogni forma, ogni materiale, ogni proporzione dialoga con ciò che vi si compone. Il vaso non ospita la composizione, la completa.
Guardare la natura con occhi nuovi
Imparerai anche a osservare qualcosa che probabilmente non avevi mai notato davvero: il verso di crescita del materiale vegetale. Ogni ramo, ogni stelo, si sviluppa in una direzione precisa, e comporre significa rispettarla, non forzarla. Questa attenzione non si spegne quando esci dall’aula. Durante una passeggiata, una corsa al parco, o semplicemente guardando il tuo giardino o il paesaggio urbano, ti sorprenderai a guardare le piante in un modo nuovo, non più come sfondo.

La correzione
Alla tua prima composizione, l’insegnante dedicherà tutto il tempo e l’attenzione che merita. Toglierà un ramo, sposterà uno stelo, correggerà un’inclinazione. Non è un giudizio su di te: è un giudizio sulla composizione, e la differenza conta più di quanto sembri.
Un buon insegnante non ti dirà mai “sei troppo rigido” o “lasciati andare di più”: ti dirà “questo stelo è troppo lungo”, “questa inclinazione rompe l’equilibrio”.
Il fine della correzione è l’armonia finale della composizione. È un modo di trasmettere la pratica dell’ikebana che accresce la fiducia necessaria per continuare a provare, senza il timore di essere giudicato.
Il silenzio creativo
Alla fine ti accorgerai che il tempo è volato, che mentre realizzavi il tuo ikebana non c’era spazio per pensare a nient’altro. Le prime regole apprese avranno già fatto la loro magia: ti ritroverai a osservare il materiale con una percezione tutta nuova. Ti accorgerai che per tutto il tempo è contato solo il qui e ora.
Ed è forse questo, più degli oggetti sul tavolo o delle aspettative iniziali, quello che ti resterà addosso dalla prima lezione: il silenzio creativo. Per tutto il tempo che passerai in aula, non percepirai quasi la presenza degli altri intorno a te, per quanto la stanza sia piena. Sarai dentro un dialogo che coinvolge solo te e il materiale che stai osservando. È lì, più che nei gesti, che l’ikebana comincia a lavorare dentro di noi.
Riferimenti:
Immagine frontespizio: The Oiran Hanaogi of Ogiya, dalla serie “Six Jewel Rivers” (Mutamagawa) – Kitagawa Utamaro , The Metropolitan Museum of Art, Purchase, Rogers Fund, 1936, Public Domain
L’immagine della Magnolia x soulangeana è di pubblico dominio su licenza unsplash
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