Arte · Filosofia | 15 February 2026 | 5 MIN. DI LETTURA

La mistificazione dell’ikebana

Ciò che sembra semplice nasconde anni di pratica silenziosa. L'ikebana non si impara in un reel: si interiorizza, lentamente, attraverso una via.

‘Questo potevo farlo anch’io!’

Nell’epoca dei social, dove assorbiamo passivamente un sovraffollamento di immagini create con intelligenza artificiale e proclami di verità non documentate o documentabili, il rischio più grande è la mistificazione dell’ikebana.

Nel mondo occidentale si è spesso portati a decontestualizzare quest’arte e ridurla a “due rami e un fiore in un vaso”: più di una volta nel corso di mostre o alla vista di una bellissima composizione ho sentito dire: “mah questo potevo farlo anch’io”

Il paradosso della semplicità apparente

Quella frase “questo potevo farlo anche io” rivela uno dei fraintendimenti più comuni rispetto a ciò che appare come semplice. Certamente, tecnicamente chiunque può mettere due rami e un fiore in un vaso, ma è come dire che chiunque può mettere parole su un foglio, quindi tutti possono creare poesie.

Bruno Munari, con il genio che lo contraddistingueva, decenni fa chiuse la questione con una celeberrima frase, citata migliaia di volte in aforismi sui social e in rete.

Quando qualcuno dice: ‘questo lo so fare anch’io’, vuol dire che lo sa rifare, altrimenti lo avrebbe fatto già prima
(In Bruno Munari – Verbale Scritto, Corraini, 2008)

Ed proprio qui sta il punto: rifare non è fare. Pensare di poter rifare qualcosa dopo averlo visto una volta, pensare di poter riprodurre una composizione dopo aver visto un reel o una foto su Instagram è un pensiero ignorante e stupidamente pretenzioso.

Sengai Gibon - L'universo in wikimedia commons (vedi crediti in fondo alla pagina)
Sengai Gibon – L’universo in wikimedia commons (vedi crediti in fondo alla pagina)

Gli anni invisibili

La complessità dell’ikebana risiede esattamente in ciò che non si vede: gli anni di studio, la pratica costante, l’assorbimento interiore dei ‘kata’, la lenta trasmissione della pratica da Maestro ad allievo.

Riassumere il senso del ‘kata’ è qualcosa di riduttivo e si rischia di impoverirne il profondo significato culturale che il termine porta con sé.

Ricordando il blog di uno dei miei maestri, grande ikebanista e studioso, Mauro Graf, prematuramente scomparso qualche anno fa, proverò a tracciare un’idea di questo ancestrale concetto della cultura giapponese.

Il kata (型) , una parola senza equivalenti nel pensiero occidentale, è traducibile letteralmente come “forma” o “stampo”. È un modello predeterminato che parte dall’interiorizzazione di gesti ripetuti che si fanno consapevolezza negli anni e nella pratica costante di un’arte. Parafrasando la citazione di Munari, è la struttura solida che permette di “saper rifare” e che consente, dopo innumerevoli ripetizioni, di realizzare “il proprio ikebana”

Come diceva il Maestro Mauro Graf, l’ikebanista che vuole andare oltre l’apprendimento formale passa dall’atteggiamento mentale di “voler imparare l’ikebana” a quello di “voler percorrere la via dei fiori” e allora il suo scopo non è più eseguire una bella composizione, ma ottenere un cambiamento della propria persona tramite l’ikebana.

Il Maestro Mauro Koran Graf, accanto accanto a un suo ikebana realizzato in un vaso di sua creazione.
La foto è tratta dal Blog del Chapter Ikebana Ohara di Milano
Il Maestro Mauro Koran Graf, accanto a un suo ikebana realizzato in un vaso di sua creazione.
La foto è tratta dal Blog del Chapter Ikebana Ohara di Milano

Le trappole dei social, del marketing veloce e il miraggio dei reel da 30 secondi

Ed è proprio qui che i social media e l’e-marketing fast knowledge arrivano a soddisfare il bisogno di autorealizzazione con titoli ad effetto come “Il segreto dell’armonia giapponese in 6 lezioni…” (a pochi euro e con l’immancabile cifra barrata del costo iniziale da centinaia di euro), i titoli creati tramite la trappola delle neuroscienze (del tipo ‘Wabi-sabi decor’, ‘Zen vibes for your living room’)

Scorrendo i feed dei principali social è facile imbattersi in reel miracolosi che mostrano in una manciata di secondi tecniche sofisticate con soluzioni molto opinabili (vi sarà sicuramente capitato di vedere video dove addirittura vengono usati degli elastici per assicurare i rami all’interno del vaso).

Questi contenuti raccolgono migliaia e migliaia di visualizzazioni e interazioni, non perchè trasmettano conoscenza reale, ma perchè funzionano come potenti attivatori di dopamina: soddisfano semplicemente il bisogno usa e getta di meraviglia, del trucco svelato, della complessità resa accessibile con poche mosse.

Quello che non si vede e che nessuno mai mostrerà è il tempo reale che quella composizione ha richiesto. Un reel è per definizione un montaggio: video tagliati ed assemblati ad arte dove tutti i tentativi falliti vengono eliminati, dove non si trasmette il tempo immobile ed intensamente attivo che un ikebanista impiega a guardare e a studiare la sua disposizione davanti al materiale vegetale.

L’ikebana non è un fatto meccanico, è il risultato di una comprensione e di una profonda esplorazione del sé che richiedono anni per essere interiorizzate, fino al punto in cui i gesti sanno già, prima della mente, dove e come agire.

Nessun corso completo in 6 lezioni, nessun proclama di ‘zen vibes’ e nessun reel miracoloso potrà mai trasmettere questo.

Può solo creare l’illusione del ‘potrei farlo anch’io’.

mistificazione dell'ikebana
Una delle tante promesse in rete di acquisto corsi on line. L’immagine è stata creata con Gemini ed ha solo scopo informativo ed illustrativo

Riferimenti:
L’immagine di frontespizio di Sengai Gimon è tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Sengai_Gibon#/media/File:Sengai_3.jpg – catalogue Zen painting “square-triangle-circle” ed appare di pubblico dominio

Kenji Tokitsu (trad. G. Caviglione) – Kata. Forma tecnica e divenire nella cultura giapponese, Luni Editrice, 2013

Miei appunti personali tratti dalle lezioni del Maestro Mauro Koran Graf

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