Arte · Filosofia · Ikebana Ohara | 17 March 2026 | 5 MIN. DI LETTURA
L’etica del rispetto nell’ikebana. Oltre il senso di colpa
In Occidente disponiamo i fiori in un vaso e spesso sentiamo che erano più belli in giardino. In Giappone, l'Ikebana trasforma questo 'senso di colpa' in un atto di amore
di Marco Di Marco
Non ce la faccio a tagliare!
Capita spesso che alcuni allievi dei corsi di ikebana si blocchino e non riescano a tagliare un fiore. Il gesto di recidere un vegetale è spesso accompagnato da una sottile nota di malinconia che a volte sfocia nel rifiuto e nel senso di colpa.
L’etica del rispetto nell’ikebana nasce proprio da questo momento: non da una regola imposta, ma da una consapevolezza profonda verso la vita vegetale.
Chi ha la fortuna di possedere o di trovare in rete il libro The Master’s book of ikebana di D.Richie and M.Weatherby, pubblicato da Bijutsu Shuppan-Sha Tokyo,1966, un volume quasi introvabile, con la sua elegante copertina in seta e il daisen (tavoletta calligrafica) in legno di ciliegio, tra le tante riflessioni potrà trovare questa frase illuminante:
In the West we arrange flowers in a vase and, if fortunate, find our arrangement pretty; at the same time there is the feeling that somehow the flowers were really prettier, more natural, in the garden where we got them. The Japanese make an Ikebana and, if it is done skillfully enough, find that the flowers have gained a form, a presence they did not have before; at the same time there is the feeling that the natural beauty of the flowers has been enhanced in a way which no garden could ever manage—that the flowers are, in fact, made alive. _______
In Occidente disponiamo i fiori in un vaso e, se siamo fortunati, troviamo il nostro arrangiamento gradevole; allo stesso tempo c’è la sensazione che in qualche modo i fiori fossero in realtà più belli, più naturali, nel giardino da cui li abbiamo presi. I giapponesi fanno un ikebana e, se è eseguito con sufficiente maestria, scoprono che i fiori hanno acquisito una forma, una presenza che prima non avevano; allo stesso tempo c’è la sensazione che la bellezza naturale dei fiori sia stata esaltata in un modo che nessun giardino potrebbe mai ottenere — che i fiori siano, in effetti, resi vivi.
The Master’s Book ok Ikebana – D.Richie and M.Weatherby (Bijutsu Shuppan-Sha Tokyo,1966)
Questo senso di colpa nasce dall’idea che l’intervento umano sia un’interruzione, una cesura che toglie alla natura il suo valore intrinseco invece di aggiungerlo. L’etica del rispetto nell’ikebana ribalta completamente questa prospettiva: il rispetto non è un atto passivo, ma profondamente creativo.
Il tocco che dà vita: 生かす (ikasu)
Per la sensibilità giapponese, il fiore reciso non è un fiore “interrotto”, ma un fiore che sta per essere completato. Questo concetto va oltre ‘ikeru’ (生ける) che indica l’azione pratica del comporre con i fiori, e tocca qualcosa di più ampio: la valorizzazione, il trarre il meglio dal vegetale per esprimere il suo pieno potenziale.
Attraverso il concetto di ikasu l’essere umano si assume la responsabilità di rivelare la bellezza che quel fiore porta intimamente con sé: non esistono due rami o due fiori uguali. Rispettarli significa assecondare una curvatura, un dettaglio unico, la loro “personalità” botanica, proprio come si rispetterebbe il tratto di una calligrafia (Shō – 書) che non può essere replicato.
Yuzuriai (譲り合い): la sensibilità della condivisione reciproca
Invece di imporre una forma, il dialogo tra chi pratica ikebana e il materiale vegetale compie un atto di presenza reciproca, quello che in giapponese si chiama Yuzuriai: non imposizione, ma dialogo: l’uomo cede parte della sua volontà per assecondare il materiale vegetale e quest’ultimo si presta a diventare parte dell’opera ikebanistica.
Ma yuzuriai va oltre il semplice gesto compositivo. Lo stesso atto del ‘tagliare’ riguarda la decisione di quanto o di come intervenire. Recidere solo ciò che è necessario è già un atto di riconoscimento: quel vegetale ha una vita che non ci appartiene interamente. Toglierlo dal suo mondo naturale per farne un opera è un atto che richiede misura e consapevolezza.
C’è in questo una differenza sottile ma profonda rispetto all’idea occidentale di “rispetto per la natura” che spesso si traduce nel non toccare, nel lasciare intatto.
Mentre scrivo questo articolo mi torna alla mente una fortunata intuizione della Maestra e amica Silvana Mattei durante una sua conferenza. Per spiegare questo concetto utilizzò una potente argomentazione, analizzando la radice latina del termine ‘rispetto’ (da respicio). Questo verbo composto da re (indietro, di nuovo) e specio (guardare) indica il volgersi a guardare, considerare, riflettere.
Yuzuriai non chiede di non intervenire, chiede di farlo con responsabilità, sapendo che si entra in una relazione senza esercitare un diritto.
Un ikebana nasce dall’incontro, non dalla sopraffazione: in un cederereciproco che crea qualcosa che né il compositore e né il materiale avrebbero potuto rivelare da soli.
Katsushika Hokusai – Chrysanthemum and Horsefly – Public domain – Art Institute Chicago (reference number 1925.3373)
In Occidente siamo abituati all’abbondanza dei mazzi di fiori dove spesso la quantità nasconde la mancanza di una forma. Praticare l’ikebana significa riconoscere che quella pianta ha impiegato tempo, terra, luce per crescere e che questo processo è parte del comporre. Rispetto significa anche accogliere il tempo del vegetale: lasciare che il fiore sbocci nella composizione significa permettere a chi osserverà la nostra opera di partecipare al meraviglioso miracolo del divenire. Per questo le Scuole di ikebana e in particolare la Scuola Ohara pongono attenzione alla stagionalità, non si tratta di una semplice scelta estitica, ma di un atto di coerenza verso l’ordine naturale delle cose.
La sensibilità come Pratica (keiko – 稽古)
Il rispetto nell’ikebana non è un sentimento astratto, ma una crescita spirituale che si approfondisce attraverso la pratica, il keiko. Nel precedente articolo avevo parlato dell’importanza del kata: la ripetizione del gesto affina la nostra capacità di percepire la vita dell’altro. Attraverso il keiko impariamo che un ikebana riuscito nasce dalla capacità di ascoltare. Per questo nella pratica di questa antichissima arte il rispetto diventa la lente attraverso cui non vediamo “materiale da decorazione”, ma un compagno di viaggio con cui condividere uno spazio e un momento irripetibili.
Riferimenti: Immagine di frontespizio: Katsushika Hokusai – Chrysanthemum and Horsefly – Public domain – Art Institute Chicago (reference number 1925.3373)
The Master’s Book ok Ikebana – D.Richie and M.Weather (Bijutsu Shuppan-Sha Tokyo,1966)
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